Origini del Conflitto e Nascita dello Stato di Israele
Il conflitto israelo-palestinese rappresenta una delle controversie più intricate e radicate del mondo contemporaneo. La nascita dello Stato di Israele risale al 1948, grazie alla risoluzione ONU 181 del 1947 che consigliava la creazione di uno stato ebraico e di uno stato arabo in Palestina. Questa risoluzione, accettata dalla leadership sionista ma rifiutata dai leader arabi, mirava a dividere il territorio del mandato britannico della Palestina in due entità indipendenti. La proclamazione dello Stato di Israele, il 14 maggio 1948, fu fortemente sostenuta dalle potenze occidentali, in particolare dagli Stati Uniti e dall’Unione Sovietica, come risposta alle persecuzioni subite dagli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale e come parte di una soluzione post-bellica per la diaspora ebraica. La fondazione dello Stato di Israele avvenne in un contesto di forte tensione geopolitica e con il supporto del movimento sionista, che sin dalla fine del XIX secolo aveva promosso l’immigrazione ebraica in Palestina, con l’obiettivo di stabilire un focolare nazionale per il popolo ebraico. Tuttavia, la nascita di Israele scatenò immediatamente la reazione dei paesi arabi vicini, tra cui Egitto, Giordania, Siria, Libano e Iraq, che dichiararono guerra al nuovo Stato nel tentativo di impedirne l’affermazione. Questo conflitto, noto come la Guerra arabo-israeliana del 1948, segnò l’inizio di una lunga storia di tensioni religiose, culturali e territoriali tra israeliani e palestinesi. Durante la guerra, circa 750.000 palestinesi furono costretti a fuggire o furono espulsi dalle loro case, un evento che i palestinesi ricordano come la “Nakba” (la catastrofe). Al termine del conflitto, Israele aveva ampliato il proprio territorio rispetto a quello assegnato dal piano di partizione dell’ONU, mentre la Cisgiordania e la Striscia di Gaza finirono sotto il controllo rispettivamente della Giordania e dell’Egitto. Di seguito, vengono analizzati alcuni dei momenti salienti del conflitto, con una prospettiva equilibrata per coglierne la complessità intrinseca.
1948: La Guerra d’Indipendenza e la Nakba
Nel 1948, la proclamazione d’indipendenza dello Stato di Israele scatenò un conflitto immediato con i paesi arabi circostanti, inclusi i palestinesi. Dal punto di vista israeliano, questa guerra è conosciuta come la “Guerra d’Indipendenza”, una lotta necessaria per la creazione di un focolare nazionale per il popolo ebraico, ridotto a un’esistenza precaria da secoli di persecuzioni culminate nell’Olocausto. Gli israeliani percepiscono la loro indipendenza come il coronamento del sogno sionista di una patria sicura, in cui il popolo ebraico potesse autodeterminarsi e sfuggire alle discriminazioni subite in Europa e altrove. Per i palestinesi, invece, la guerra è ricordata come la “Nakba” (la catastrofe), poiché comportò l’esodo di centinaia di migliaia di palestinesi, costretti ad abbandonare le loro abitazioni e terre, spesso con la forza. Per loro, la creazione dello Stato di Israele rappresentò la perdita della propria terra, della propria identità nazionale e l’inizio di una diaspora e di un’esistenza caratterizzata dall’occupazione e dalla negazione del diritto al ritorno.
1967: La Guerra dei Sei Giorni e le Occupazioni
Nel 1967, durante la Guerra dei Sei Giorni, Israele occupò la Cisgiordania, la Striscia di Gaza, il Sinai e le alture del Golan. Dal punto di vista israeliano, questa guerra fu percepita come una misura preventiva per scongiurare una minaccia esistenziale, data l’ammassarsi degli eserciti arabi ai suoi confini. Tuttavia, per i palestinesi, l’occupazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza ha segnato l’inizio di decenni di controllo militare, con una significativa perdita di autonomia.
1968: L ‘assedio di Tall El Zaatar

Nel 1968, uno degli episodi più drammatici del conflitto fu l’assedio di Tall El Zaatar, un campo profughi palestinese situato in Libano. L’assedio, durato diversi mesi, culminò con la distruzione del campo e la morte di migliaia di persone.
1977: La battaglia di Al-Karameh

Nel 1977, un altro episodio cruciale fu la battaglia di Al-Karameh, in cui forze israeliane attaccarono una base dell’OLP in Giordania. La resistenza palestinese, sostenuta anche dall’esercito giordano, riuscì a respingere l’attacco, alimentando il sentimento di orgoglio nazionale palestinese. Questo evento è visto come l’avvio di un’occupazione protratta, che ha limitato i diritti civili e la libertà di movimento della popolazione palestinese.
1982: Il Massacro di Sabra e Shatila
Nel settembre del 1982, durante l’invasione del Libano da parte di Israele, si verificò il massacro di Sabra e Shatila, due campi profughi palestinesi situati nei sobborghi di Beirut. Dopo l’assassinio del presidente libanese Bachir Gemayel, milizie cristiano-maronite, note come Forze Libanesi, entrarono nei campi con l’obiettivo dichiarato di eliminare elementi dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP). Le milizie furono sostenute e facilitate dall’esercito israeliano, che aveva circondato i campi e fornito supporto logistico e illuminazione notturna durante il massacro.
Tra il 16 e il 18 settembre, furono uccisi migliaia di civili palestinesi, inclusi donne, bambini e anziani. Il massacro suscitò indignazione internazionale e critiche severe a Israele, poiché le forze israeliane non intervennero per fermare le atrocità, anzi facilitarono l’operazione fornendo assistenza. Il massacro di Sabra e Shatila è diventato uno dei simboli più drammatici della violenza e delle sofferenze inflitte ai palestinesi durante il conflitto israelo-palestinese, e ha segnato un ulteriore punto di frattura nelle relazioni tra le comunità della regione e ha amplificato il senso di ingiustizia tra i palestinesi.
(1987-1993) La Prima Intifada
La Prima Intifada fu una rivolta popolare palestinese contro l’occupazione israeliana, caratterizzata da proteste, scioperi, barricate e scontri violenti. Per i palestinesi, rappresentò un movimento di resistenza legittimo contro un’occupazione considerata ingiusta, una manifestazione di frustrazione accumulata a causa delle condizioni di vita sotto l’occupazione militare. Dal lato israeliano, l’Intifada fu vista come una minaccia alla sicurezza nazionale, con episodi di violenza che colpirono sia civili sia forze di sicurezza. La risposta israeliana alla Prima Intifada incluse l’uso di misure militari e di polizia, come coprifuoco, arresti di massa e l’uso della forza per reprimere le rivolte, con un impatto significativo sulla vita quotidiana dei palestinesi.
(2000-2005) La Seconda Intifada
La Seconda Intifada si rivelò molto più violenta, con attentati suicidi perpetrati da gruppi palestinesi come Hamas e una risposta israeliana che incluse operazioni militari su vasta scala. Gli israeliani percepirono questa fase come un periodo di terrore che minacciava la vita quotidiana dei civili, mentre i palestinesi la videro come una continuazione della lotta per la liberazione e la fine dell’occupazione israeliana.
Attacchi e Reazioni Reciproche
Negli anni successivi, il conflitto è stato caratterizzato da un ciclo di attacchi e risposte reciproche. Da un lato, gruppi armati palestinesi hanno lanciato razzi dalla Striscia di Gaza verso il territorio israeliano, colpendo civili e generando un costante clima di paura. Dall’altro, l’esercito israeliano ha risposto con operazioni militari, come quelle del 2008-2009, del 2014 e del 2021, che hanno causato ingenti danni e numerose vittime civili nella Striscia di Gaza.
Per Israele, tali operazioni sono giustificate dalla necessità di proteggere la propria popolazione dagli attacchi dei militanti palestinesi. Tuttavia, per i palestinesi, queste risposte sono percepite come punizioni collettive che infliggono sofferenze sproporzionate e aggravano la già critica situazione umanitaria a Gaza.
Le diverse iniziative di pace, come gli Accordi di Oslo degli anni ’90, hanno rappresentato momenti di speranza per entrambe le parti, ma non sono riuscite a risolvere le questioni centrali, come lo status di Gerusalemme, il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi e la sicurezza di Israele. Ogni fallimento dei negoziati ha portato a una recrudescenza delle violenze, alimentando ulteriormente il ciclo di attacchi e reazioni.
Conclusione
Il conflitto israelo-palestinese è una tragedia complessa, caratterizzata da profondi sentimenti di ingiustizia, paura e rivendicazione. Da una parte, Israele cerca di garantire la sicurezza dei propri cittadini, mentre i palestinesi lottano per la fine dell’occupazione e per il riconoscimento dei propri diritti nazionali.
Negli ultimi anni, la situazione è rimasta estremamente volatile. Nel 2023 e 2024 si sono verificati nuovi scontri, con episodi di violenza a Gerusalemme Est, in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. I raid israeliani e i lanci di razzi da parte delle fazioni palestinesi hanno causato un incremento delle tensioni, con molte vittime tra i civili da entrambe le parti. Le politiche di espansione degli insediamenti israeliani e le operazioni militari hanno suscitato forti critiche da parte della comunità internazionale, mentre l’Autorità Palestinese ha continuato a lottare contro una crisi interna e una crescente perdita di legittimità.
Il 7 ottobre 23 i militanti di Hamas hanno lanciato dei missili contro Israele e alcune decine di uomini armati Entrambe le parti hanno subito enormi sofferenze e violenze, e la mancanza di fiducia reciproca ha reso estremamente ardua la ricerca di una soluzione duratura.
Le preoccupazioni per un’escalation del conflitto sono cresciute, soprattutto considerando l’aumento degli episodi di violenza da parte degli israeliani contro i palestinesi e le risposte continue delle fazioni armate palestinesi. Se gli arabi dovessero superare le divisioni tra sunniti e sciiti, il rischio di una guerra allargata sarebbe di nuovi e gravi inasprimenti del conflitto.
La speranza per una pace stabile persiste, ma richiede la volontà politica di entrambe le parti e il sostegno della comunità internazionale per superare le barriere di sfiducia e di odio accumulate nel corso dei decenni.




