Una delle parole più celebri della filosofia del Novecento è anche una delle più difficili da tradurre.
Dasein significa letteralmente “esserci”, ma Martin Heidegger le attribuisce un significato molto più profondo.
Il Dasein non è semplicemente l’uomo. È quell’essere che vive nel mondo e, soprattutto, si interroga sul significato del proprio esistere. Una pietra esiste. Un albero vive. Un animale percepisce il mondo.
L’uomo, invece, può fermarsi e domandarsi: Chi sono? Perché esisto? Qual è il senso del mio essere?
Per Heidegger non siamo oggetti tra gli oggetti. Siamo esseri gettati nel mondo, in un tempo e in una storia che non abbiamo scelto, ma che possiamo comprendere.
La vera domanda, allora, non è che cosa sono, ma come sto vivendo il mio esserci.
Ed è qui che inizia la nostra ricerca. Perché ogni riflessione sul presente dovrebbe partire da una domanda rivolta a noi stessi. Sono realmente presente nel mondo oppure mi limito a guardarlo?
Sono un Dasein, consapevole del mio esserci, oppure sono soltanto un poltronista che osserva la realtà attraverso lo schermo di uno smartphone o di una televisione, lasciando che siano altri a interpretarla al mio posto?
Questa non è una domanda filosofica astratta. È una domanda che riguarda ciascuno di noi.
E forse, prima ancora di voler cambiare il mondo, dovremmo chiederci se siamo davvero presenti in esso.
Per capire il presente bisogna conoscere il passato.
La ricerca continua.



